Schreckhorn 4078 m – Il Corno del Terrore – Cresta SW

Schreckhorn 4078 m – Il Corno del Terrore – Cresta SW

Itinerario

Ricordo bene quando il grande Franco Nicolini alla serata del CAI Edolo di qualche anno fa disse: “Se volete trovare sulle Alpi una valle ed una Montagna con la M maiuscola che assomiglino in tutto e per tutto a quanto trovereste in Himalaya, beh andate a scalare lo Schreckhorn nell’Oberland Bernese“.

La curiosità mi ha sempre tenuto vivo questo ricordo. Volutamente non ho mai nemmeno approfondito, mi sono solo accontentato di qualche frase sparsa qua e là sui libri e sul web: “Il 4000 la cui normale è riconosciuta come la più difficile e complessa delle Alpi”; “il 4000 con il maggior numero di ore di cammino necessarie per l’attacco alla via”; “Il 4000 più a nord della catena alpina”; “Il 4000 sulle Alpi in perfetto stile Himalayano”…

In effetti l’approccio in “stile alpino” su montagne di questa categoria è un qualcosa di mistico. Si parte a circa 1000m di quota al parcheggio in fondo a Grindelwald, spettacolare paese in Canton Berna situato al diretto cospetto della terrificante parete Nord dell’Eiger. Si sale fino allo Schreckhornhutte a 2527 metri di quota. Sono necessarie in media 4/5 ore, noi allenati e altezzosi abbiamo spaccato l’orologio in 3 ore e 40’.

La vista è spettacolare, i giganti dell’Oberland sono qui di fronte ai nostri occhi: Monch, Eiger, Finsteraarhorn e sopra le nostre teste lui, lo Schreckhorn, tradotto in “Corno del Terrore”, ben 4078m. Il rifugio è accogliente, si mangia bene, si paga il giusto e visto che siamo solo in 14 si è anche “dormito” bene. Di quei 14 nel rifugio solamente io e Marco Trezzi tenteremo l’ascensione alla cima la mattina seguente. Negli ultimi 2 anni gli unici italiani ad essersi firmati nel libro di rifugio siamo io, Marco e le due guide trentine che qualche giorno fa hanno concluso proprio sullo Schreckhorn la salita degli 82 quattromila delle Alpi. Il rifugista ci propone la colazione alle 2:00. Noi dormiglioni la rimandiamo alle 3:00. Siamo soli.

Fuori l’incognita meteo si dimostra peggio di quanto avessimo previsto: nuvoloso, forte vento. Ci facciamo coraggio e scendiamo sul ghiacciaio, seguiamo la morena laterale e iniziamo la lunga scalata fino al ghiacciaio soprastante. Sono le 4 e mezza e abbiamo davanti a noi il couloir da salire che ci avrebbe portato alla cresta rocciosa a difesa della vetta. Le nubi si alternano a qualche minuto di pioggia, siamo demoralizzati. Pensiamo non sia il caso di proseguire. Diamine! Beviamo, mangiamo qualcosa e in lontananza ecco apparire del cielo sereno, è un semplice schiazzo, ma basta per farci rimboccare le maniche. Marco decide di salire davanti, mi avrebbe lasciato tutte la via di roccia in cresta da liberare. Il canale è ripido, circa 50°/55°, ma la neve già molle ci supporta bene, anche se peso più di Marco non trovo grossi problemi a seguire le sue peste. Raggiungiamo la sella, fa freddo, nevischia. Noi però siamo fiduciosi.

La cresta è lì davanti a noi, terribile, non me l’aspettavo così repulsiva. Difficoltà continue e costanti sul III+ con numerosi passi gradati IV. Piazzo friend, tra roccia e ghiaccio, nei tratti più sicuri proseguiamo in conserva, in quelli più difficili ed esposti preferisco progredire a tiri di corda. Le raffiche di vento spezzano il fiato, il verglas sulla roccia rende il tutto più delicato e pericoloso, l’arrampicata su misto con i ramponi distrugge i polpacci, ma noi non molliamo. Siamo finalmente in vetta. Non facciamo nemmeno filmati o troppe foto, giusto qualcosa come ricordo. Siamo abbastanza al limite.

La discesa su montagne di questo calibro è spesso più complessa della scalata. Ho perso il numero delle calate in doppia, saranno state più di una decina da 30 metri l’una. Il canalone con neve ormai marcia lo scendiamo a piedi disarrampicando. In fondo superiamo il seracco terminale, attraversiamo il ghiacciaio, valloni detritici e nevosi, fino di nuovo al rifugio e quindi, sotto un breve temporale estivo, siamo di nuovo a Grindelwald.

16 ore intense, impegnative, su quello che ad oggi per il sottoscritto è stato il 4000 più difficile mai scalato, a mio parere ben più difficile della Cresta del Leone del Cervino. L’isolamento, le ore ed ore dalla civiltà, il non aver nessun altro accanto se non il proprio compagno di cordata per cercare la via, scovare i passaggi… Un’esperienza mistica. Un viaggio indimenticabile.

Dati Tecnici

  • Difficoltà: D, IV, 55°
  • Dislivello: 3050+

Relazione e Racconto

Sono trascorsi molti anni dalla Serata della Montagna organizzata dal CAI Edolo con ospite il grande Franco Nicolini, ma della sua splendida narrazione della scalata in una sola estate di tutte 82 le cime che superano i 4000 metri di quota sulle Alpi mi era rimasto nitido e chiaro il nome di una sola montagna. Ricordo bene questa sua frase: “Se volete trovare sulle Alpi una valle ed una Montagna (con la M maiuscola) che assomiglino in tutto e per tutto a quanto trovereste in Himalaya, beh andate a scalare lo Schreckhorn nell’Oberland Bernese”.

Dopo un giornatone di scialpinismo sull’Ortles con Marco a fine giugno era giunto il momento di ritornare, suo malgrado aggiungerei, chi lo conosce si farà una risata, nel mondo dell’alpinismo estivo. L’ultima nostra avventura era stata l’anno scorso sulla Dent Blanche, in Canton Vallese. Pensiamo subito allo Zinalrothorn, meta tutto sommato facile; forse troppo facile: non si trova un posto in rifugio nemmeno a pagarlo oro. Accantoniamo l’idea. Iniziamo allora a proporre mete alternative. Così, senza nemmeno pensarci dico: “Se andassimo sullo Schreckhorn?”.

Lo Schreckhorn è il 4000 tecnicamente più difficile da scalare dell’Oberland Bernese, nonché l’ultimo baluardo a nord delle Alpi che supera la fatidica quota dei quattromila metri; a settentrione della sua cima, infatti, non si trova nessuna montagna che lo superi in altitudine. Lo spettacolo è garantito. La sua via normale, secondo le guide la più difficile delle Alpi, ha tutto quello che uno scalatore può desiderare da un’ascensione alpinistica di stampo classico: un rifugio a circa cinque/sei ore di cammino dal paese senza scorciatoie di treni o funivie, una ripida traccia vaga di avvicinamento su morena, un delicato attraversamento di ghiacciaio, un couloir ripido di 50-55 gradi di pendenza per oltre 400 metri di dislivello ed una cresta di IV grado di circa 300 metri, ovviamente senza cordoni, catene e scalette a disturbo della scalata. Un bel modo, insomma, per tenersi occupata una giornata intera dedicandola ad un’ascensione di altri tempi per alpinisti romantici di epoche passate, lontani dal mondo civilizzato e dalle classiche ascensioni delle vie normali di Monte Bianco, Gran Paradiso e Monte Rosa. Qui, in questo remoto ed inospitale angolo delle Alpi si trova una dimensione a sé. Ogni certezza viene meno. Ci si trova spesso da soli, faccia a faccia con la roccia ed il ghiaccio e spesso si può fare affidamento solamente su se stessi e sul proprio compagno. Dimenticatevi le peste “autostradali” tipiche del Ghiacciaio del Lys, qui la traccia va guadagnata e sudata, passo dopo passo.

Queste pagine che seguono descrivono quanto di meglio un appassionato scalatore di montagne possa trovare nell’arco alpino. Un’esperienza di pregio, un’avventura oltremodo indimenticabile.

SWISS GRAND TOUR

Il viaggio da Ponte di Legno a Grindelwald, piccola perla nel Canton Berna, è una lunga cavalcata su e giù da valichi alpini, lungo valli montane e attraverso colline e città. Gavia, Foscagno, Eira, Forcola, Bernina, Julier e poi via verso Zurigo, Lucerna ed Interlaken. Si attraversano quasi una decina di cantoni, un vero e proprio grand tour della Svizzera. Ovviamente si fa prima a dirsi che a farsi, arriveremo a Grindelwald che è già ora di pranzo. Lo Schreckhorn si è mostrato solo qualche minuto dal fondo valle, aguzzo e terrificante come vuole la sua fama, lo avremmo rivisto solamente più tardi. Tuttavia, entrati nella meravigliosa cornice del fondo valle di Grindelwald, la montagna che cattura l’attenzione è una soltanto, l’Eiger, in particolare la sua Nord, un muro di roccia e ghiaccio alto 1800 metri, la parete più alta di tutte le Alpi. Un versante dove sono impresse pagine indelebili della storia dell’alpinismo: memorabili il calvario terminato in tragedia degli alpinisti Kurtz ed Hinterstoisser, ma soprattutto la scalata riuscita di Heckmair lungo la via (ED+) che a merito porta il suo nome, nonché i record di ascensione in velocità di “Swiss Machine” Ueli Steck, pace all’anima sua. Dal fondo valle, circondati da prati color verde acceso, dai fiori colorati dei balconi delle ville del paese e dal fermento del turismo alpino, questa parete scura e tenebrosa, con ancora neve e ghiaccio arroccati su di essa, trasmette il netto contrasto tra i due mondi che caratterizzano la montagna al giorno d’oggi. Da un lato il turismo di massa con qui -eclatante- la ferrovia dello Jungfrau, le funivie della ski area, alberghi extra lusso, negozi d’alta moda e dall’altro la crudità e severità dell’ambiente, i suoi pericoli oggettivi e quel senso di terrore che solo certe montagne sanno trasmettere al visitatore. Noi alpinisti questo contrasto lo percepiamo meglio di chiunque altro. Basta veramente poco per fuggire da un mondo e rifugiarsi in un altro, come essere catapultati in una dimensione a sé. Ci reputano folli, ma i pazzi che vivono in quella prigione, dalla nostra prospettiva, sono loro.

Piccola sosta per acquistare un bel panino di cereali in una “Bäckerei – Konditorei” per il salame casalino che papà mi ha dato per pranzo e proseguiamo in automobile fino nei pressi della cava di Grindelwald. Qui Marco, scrupoloso e attento programmatore, aveva trovato uno spiazzo dove posteggiare gratuitamente l’auto. Pranziamo con calma. Adoro questi momenti. Si percepisce l’entusiasmo prima della partenza, ma simultaneamente si cerca di convivere con quello stato d’ansia che mi ricorda tanto le ore prima degli esami universitari. Entrambi pensavamo di sapere bene cosa ci aspettasse, mai avremmo immaginato quanto avremmo provato sulla nostra pelle le ore seguenti.

ENTUSIASMO

Per via dei numerosi rimandi avevo avuto tutto il tempo di allenarmi e prepararmi mentalmente e fisicamente. Due settimane prima con la mia ex morosa, pace all’anima sua, scalai la cresta Bramani Castiglioni al Corno Gioià, probabilmente la via in cresta più bella del gruppo dell’Adamello. La settimana successiva con Marco scalammo la Cresta dei Keiserjager al Carè Alto, una lunga ascensione che a nostra detta ci avrebbe preparato per questa nostra avventura nell’Oberland Bernese. Dalla mia avevo anche qualche migliaio di km di bici e gli oltre 150 mila metri di dislivello maturati con gli sci d’alpinismo in tutta la stagione invernale e primaverile.

Non si può dire certo non fossi allenato. Sta di fatto che lo zaino era comunque pesante ed ingombrante. Marco avrebbe portato la corda, io tutta la ferraglia tra friend, moschettoni, rinvii, nut. Ci incamminiamo. Siamo a circa 1000 metri di altitudine.

Le previsioni meteo, in questa estate alquanto ballerina, erano abbastanza confortanti: bel tempo per la giornata di venerdì e parzialmente nuvoloso la mattinata di sabato con le precipitazioni isolate alle ore tardo pomeridiane. Abbiamo molto margine, pensiamo di riuscire ad essere fuori dalla montagna prima che arrivi il maltempo.

L’avvicinamento al rifugio è un qualcosa di epico. Un primo tratto attraverso un bel bosco di conifere consente di guadagnare quota fino ai coster soprastanti. In basso una gola che sarà profonda almeno 400 metri che scende direttamente dall’Eiger. Cascate d’acqua con salti di centinaia di metri, una valle aspra e ripidissima, martoriata dall’erosione dell’acqua, dei venti e dei ghiacci invernali che resistono qui fino ad estate inoltrata. In alto, proprio dove corre il sentiero, prati in fiore e pascoli solivi. In vita mia non avevo mai visto nulla di simile. Le ore di cammino trascorrono imperterrite, fa veramente caldo. L’acqua dei ruscelli non mi soddisfa, l’arsura in bocca si fa sempre più pesante da sopportare. Raggiungiamo un piccolo rifugio prima che la valle devii a sinistra; piccola sosta a quella che sembra essere per i turisti la meta della giornata. Il sentiero prosegue in netta discesa, quindi risale verticalmente per ben due volte per superare immense frane scese lungo questi ripidi versanti. In basso la gola si fa più ampia, compaiono i primi laghi glaciali, ma l’ambiente rimane severo ed inospitale. Personalmente non avevo mai visto nulla di tutto ciò qui sulle Alpi; con Marco immaginiamo come debba essere qui in pieno inverno…

Davanti a noi il ghiacciaio, siamo solo a 2000 metri di quota. In alto enormi e possenti cascate, pendii ripidi e frane, immense, quasi terrificanti, ma che ci cattura l’attenzione è l’aguzza cima dello Schreckhorn, circondata da una bellissima nube lenticolare. Ancora 2 ore e saremo al rifugio. Siamo solo in 14. I rifugi affollati sono ben altri, qui siamo veramente in pochi. La struttura è relativamente grande e ben tenuta, mentre le torte “with a lot of cream, please” gustose ed a buon prezzo. L’ambiente è stellare: si respira quel senso di storico, come trovarsi un’altra epoca. Il rifugista parla poco inglese, ma riusciamo ad attaccare bottone con una cameriera del Grigioni che parla inglese e anche un po’ di italiano. Non male come soggiorno per essere praticamente nel luogo più isolato del Canton Berna e probabilmente delle Alpi intere. La cena è ottima, gustosa, la migliore mai mangiata in un rifugio svizzero. La colazione la fissiamo alle 3:00.

Dopo un brevissimo sondaggio tra gli altri 12 presenti in rifugio scopriamo, con sorpresa, che il giorno seguente saremmo stati gli unici due a tentare la salita allo Schreckhorn. Praticamente io e Marco eravamo gli unici alpinisti in sala. Da un lato la cosa mi tranquillizza, di sicuro non ci saranno code a fare le doppie di discesa ed il rischio di prendersi un sasso in testa per colpa di quello sopra, ma dall’altro lato la cosa ci preoccupa: essere da soli in luoghi come questo rende il tutto più complesso. Nessuno con cui condividere e cercare la via, nessuno in caso di bisogno od aiuto, si può contare solo su se stessi, sulle proprie capacità tecniche, sulle proprie valutazioni e sul proprio compagno di cordata.

DETERMINAZIONE

La notte trascorre velocemente, forse anche troppo; in cielo si intravedono un po’ di stelle tra una nube e l’altra, ma spira un vento molto forte già fuori dalla porta del rifugio. Ci abbassiamo sul ghiacciaio perdendo circa cento metri di dislivello e cominciamo una traversata in leggerissima ascesa. Nei pressi di un piccolo catarifrangente incastonato nella roccia deviamo sulla morena soprastante. È un terreno complesso, specialmente in piena notte, ma guadagniamo velocemente quota fino al ghiacciaio soprastante. Ci leghiamo che le prime luci del giorno illuminano l’ambiente circostante. Camminare in queste condizioni sul ghiacciaio è come avere incatenato un macigno da trascinare, si sprofonda trenta centimetri ad ogni passo. Qualche crepaccio è ancora coperto, ma gestendo bene la cordata proseguiamo abbastanza velocemente. Ad un tratto inizia a piovigginare. Come? Non è possibile! Che fare? Fermarsi? Tornare indietro? Proseguire? Ci fermiamo una decina di minuti a mangiare, bere e riposare. Il morale è letteralmente a terra. Studiamo il couloir che avremmo dovuto risalire. Superare la terminale sembra problematico, è completamente aperta, ma più a monte un passaggio sembra esserci. Dalle nostre facce demoralizzate ci parliamo senza nemmeno spiaccicare una singola parola. In lontananza si intravede uno spiazzo di sereno. Marco propone di provare almeno a risalire il canale, in caso le condizioni meteo peggiorassero drasticamente in poco lo avremmo comunque disceso. Acconsento. Marco allora si offre di salire a battere traccia sul canalone. Le pendenze sono costanti, sempre attorno ai 50° con anche tratti più ripidi oltre i 55°, ma fortunatamente la neve è portante e si progredisce senza troppi problemi. La lunghezza spezza il fiato, le folate improvvise di vento costringono a soste forzate, ma con Marco davanti a tracciare ho modo di riposare la mente ed il fisico limitandomi ai movimenti indispensabili. Arriviamo alla sella con una leggera tempesta in atto. I chicchi di grandine si fanno strada nelle fessure della roccia e tingono di bianco i sassi e la neve color marrone depositata sulla parete. In direzione nord tuttavia sembra volgere sereno, forse un tentativo sulla cresta vale la pena quantomeno farlo. Di quell’istante ricordo nitidamente l’espressione demoralizzata che era stampata sui nostri volti, attanagliata dal silenzio tombale interrotto solamente dalle raffiche di vento gelido nell’aria. Ci rifocilliamo e ci prepariamo a iniziare la scalata. Avrei gestito io da primo tutta la cresta tra tiri e conserva protetta, sperando di non trovare troppo verglas e che le fessure fossero pulite dalla neve trascinata dal vento.

 Mi attacco friend e nut sull’imbraco e inizio a scalare i primi muri verticali di roccia. Siamo a circa 3700 metri di quota. Il IV grado a queste quote, con calzati i ramponi, i guanti, con lo zaino sulle spalle e con i cristalli di ghiaccio che fendono l’aria tagliuzzando la pelle delle guance impegna come fosse un V superiore. Tiro dopo tiro guadagniamo quota. Un breve tratto intermedio di collegamento conduce all’ultima impressionante parete da scalare, fa paura solo a guardarla. Primo risalto con passi tecnici che impongono la massima concentrazione, quindi fedelmente in cresta prima da un versante poi sull’altro. Verglas e neve rallentano la progressione e mi obbligano a proteggermi nelle fessure con frequenza, vanno solo spolverate dalla neve e dalla grandine. Raggiungo la cima di una guglia, quindi scendo qualche metro disarrampicando per far sicura a Marco su un chiodo arrugginito. Forse è meglio integrare, penso. Nel piazzare un friend del 2 nella fessura soprastante mi rendo effettivamente conto di dove mi trovassi.

Il terrazzino era effettivamente un ottimo posto dove sostare, ma ignoravo totalmente ciò che c’era attorno, pareti strapiombanti e vuoto, vuoto totale, in basso si vedono solamente i nevai che si trovano alle pendici della montagna. Di fronte a me la guglia appena scesa e alle mie spalle un muro aggettante. Avete presente quelle sensazioni di paura e repulsione che incutono i passaggi chiave di una via di roccia? A distanza di mesi ricordo nitidamente quel luogo; la nostra mente in situazioni del genere crea dentro sé una realtà parallela e ne valuta in pochi istanti l’essenza. Farsi prendere dal disagio è sempre la scelta sbagliata, meglio soffermarsi sui particolari, distinguere prese, tacche, fessure ed immaginare i movimenti in successione da eseguire. Fosse così semplice… Marco mi raggiunge, si assicura alla sosta e fa passare la corda del secchiello per farmi sicurezza. Mi guarda fiducioso, crede in me, io un po’ meno, ma fa niente, mi conosco, so bene di essere sempre poco deciso in situazioni come questa. La salita dipende da questo passaggio, farcela può significare la vetta, non farcela invece significherebbe quasi senza dubbio un fallimento. Mi volto. Devo rimontare su piccole tacche il muro e quindi spostarmi sul vuoto a sinistra, capisco subito si tratti di un passo tra i più esposti mai fatti in vita mia. Neve e ghiaccio complicano il tutto. Non me la sento e ritorno sul terrazzo sottostante. Cerco di concentrarmi al meglio vista l’impossibilità di proteggermi con anche solo un friend su questo tratto. Le folate di vento gelido con i cristalli di ghiaccio fendono l’aria con prepotenza. Devo farcela. Mi alzo mezzo metro, appoggio le punte dei ramponi su una piccola tacchetta, in opposizione sposto il bacino, mi alzo su una placca avara di appigli, ma un paio di metri sopra intravedo uno spuntone. Devo raggiungerlo. In mezzo alle gambe la corda scorre libera con sfondo il vuoto sottostante. Sono fuori, un grido trafigge l’aria. Gioia pura. Sensazioni di orgoglio ed emozioni allo stato puro. Marco mi raggiunge e proseguiamo l’arrampicata in conserva protetta fino ad un altro esposto traverso, stavolta su un’affilatissima cresta di neve e ghiaccio. La vetta sembra vicina, ma trascorreranno ancora parecchi minuti prima di raggiungerla.

Nessuna croce, nessun ometto di vetta, nessun segno umano. Così deve essere. Siamo al limite, lo stress ci attanaglia le cervella, ci obbliga a tenere alto il livello di guardia. Vietato mollare. Scattiamo due fotografie solo per ricordo. Staremo in cima nemmeno una decina di minuti. Le nostre facce parlano chiaro, scendere, il più velocemente possibile.

PACE

Se c’è una cosa che ho imparato in questi anni di alpinismo è che se la discesa da una montagna è più impegnativa e lunga della salita, allora la cima in questione è senza ombra di dubbio tra le più complesse e difficili da scalare. Come volevasi dimostrare. La cresta è troppo ripida e verticale per poterla disarrampicare. Su chiodi e spuntoni calo con la piastrina Marco fino a corda finita, quindi con una doppia lo raggiungo. Questa manovra tra tutte quelle mai provate è la più veloce ed efficiente. Ho veramente perso il numero delle calate che abbiamo dovuto fare, saranno state più di una quindicina. A parte il tratto intermedio siamo costretti dalla montagna ad affidarci alla tecnica ed al materiale, Preuss non sarebbe fiero di noi. Raggiunta la sella ammiriamo il canalone dall’alto con timore. Essendo la neve ormai marcia decidiamo tuttavia di affondarci come ancore fino al bacino e di scenderlo faccia a valle, solo nei pezzi più ripidi scenderò faccia a monte. Io vado per primo, Marco dall’alto mi infonde fiducia. Arriviamo dopo quasi 40 minuti di discesa alla terminale, la superiamo con calma ed attenzione. Ritorniamo sul ghiacciaio basale. I miei scarponi sono zuppi di acqua, sogno profondamente di toglierli per strizzare quantomeno le calze. Sfondando ad ogni passo raggiungiamo le rocce, scendiamo un versante nevoso scivolando come avessimo gli sci ai piedi ed in breve siamo sul ghiacciaio sottostante. Avremo da salire la morena fino al rifugio. Siamo ormai a metà pomeriggio. Ho voglia di dolce, mangerò una fetta di torta “with a lot of cream, please”, quindi iniziamo la lunga ed impressionante discesa a Grindelwald.

Un temporale in dieci minuti di terrore ci fa una bella doccia fredda. Siamo ormai nell’Iperuranio, non sento nemmeno più la fatica, nessuno sforzo, nulla. Sono in uno stato di tranche: il respiro calmo, le palpebre sbattono l’una contro l’altra al rallentatore, un passo dopo l’altro. Il suono delle cascate lontane nell’aria. Il sibilare del vento. Il rumore dei sassi mossi dai nostri piccoli passi. Lo zaino pesante sulle spalle sembra essere l’unica vera fonte di disturbo, ma quello che vedono gli occhi è sufficiente a far passare in secondo piano i piccoli dolori e fastidi. Non mi era mai successo prima di quel giorno di trovarmi in uno stato simile. Ormai il cervello è come se fosse spento, si prosegue per inerzia, senza pensieri, solo sensazioni. Le nubi grigio tenebroso attanagliano l’Eiger, il bosco si fa sempre più fitto. Siamo ormai a poche centinaia di metri dalla macchina. Meraviglioso silenzio. Spettacolare montagna. Ipnosi allo stato puro. Sono momenti vorrei non finissero mai, ogni preoccupazione è svanita lassù, tra i ghiacci e la roccia, qui c’è solo pace. Un sentimento che assaporato allo stato puro è un qualcosa di indescrivibile. Non ho bisogno di fermarmi, il mio corpo si lascia assecondare dalla gravità. Ormai siamo a valle, il piccolo ristorante alle porte di Grindelwald ci accoglie con le assordanti chiacchere in tedesco dei clienti. Lo evitiamo e torniamo nel silenzio dei nostri cuori. Un battito dopo l’altro, un passo dopo l’altro, verso l’infinità della montagna, dello Scheckhorn, perché anche se ci stiamo allontanando dalla sua cima, in realtà sarà per sempre dentro di noi. Una montagna può far breccia nell’animo umano? Sì, ora ne ho la certezza.

Non ero contento, è come se avessi compiuto una missione. Questo era un obiettivo che mi ero posto personalmente. Nessuno ci obbliga, siamo noi con la nostra testardaggine e perseveranza ad investire le nostre giornate in avventure come questa. Siamo conquistatori dell’inutile ed allo stesso tempo ci facciamo conquistare da quello che per molti è solo un ammasso di ghiaccio, neve e roccia. Non siamo escursionisti, non cerchiamo il podio in gare artificiali, non controlliamo i secondi per battere record, non ci affidiamo a null’altro se non a noi stessi e a quel sentimento che proviamo per la montagna, amore puro e spassionato.  Per noi quei sassi e quei ghiacciai sono l’essenza della nostra vita, sono il significato di tutto. Sarà amore? Sarà forse ossessione? Oppure sarà passione? A voi la risposta.

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