Zinalrothorn  4221 m – Cresta SE – Alpinismo in Canton Vallese

Zinalrothorn 4221 m – Cresta SE – Alpinismo in Canton Vallese

Itinerario

Avevo visto Zermatt dalla cima del Cervino nel 2016, ma non ci ero mai stato di persona. Forse la località più famosa delle Alpi, Zermatt, testualmente “paese dei prati”, è un vero e proprio gioiello incastonato nelle Alpi del Canton Vallese, appena oltre il confine valdostano. Da lì si ammira il Cervino in tutto il suo splendore, la famosa montagna accanto al logo del Toblerone è proprio sua maestà Cervin, Matterhorh, Cervino. Lo avevo scalato dalla Cresta del Leone partendo da Cervinia, quindi Zermatt era sempre rimasto come un “must visit”. 27 CHF per due giorni di parcheggio, 17CHF di A/R di treno… in pratica solo per metterci piede ti fanno pagare 50 euro, alla faccia dell’alpinismo “low cost”.

Con Marco ritrovo a Tresenda in Valtellina e poi attraverso la dogana di Porlezza passiamo Lugano, Bellinzona, Airolo e quindi su fino allo spettacolare Nufenenpass, balcone veramente eccezionale sullo Schreckhorn scalato qualche settimana fa. Quindi giù a Brig e su a Tàsch e quindi con il trenino raggiungiamo il terminal del paese. Da una viuzza laterale parte il nostro sentiero che ci porterà fino alla Rothornhutte. La valle è stretta, una vera e propria gola che si apre solo dopo aver superato il 2500 metri di quota. Un pianoro glaciale spettacolare lascia como accesso alla salita fino al rifugio situato a circa 3200m di altitudine. Cena pessima, 15CHF per un litro di acqua frizzante, manco l’acqua di Lourdes la si paga così tanto. Vabbè, ciò che conta è la scalata no?

Partiamo al mattino talmente presto che è ancora notte. Attraversiamo un primo ghiacciaio, poi per un canale di III grado , marcio, ci portiamo su un secondo ghiacciaio e quindi per morene su un altro ghiacciaio che è l’anticamera della cresta nevosa. Vi arriviamo che sta albeggiando, ma è talmente scuro che è ancora difficile capire la strada giusta da seguire. Pazientiamo una decina di minuti e proseguiamo alternandoci per parete e per un ripido canale, saranno 50°/55° medi di pendenza fino alla sella Gabel. La notte mezz’ora di tempesta ha complicato la situazione: la cresta e la parete sono completamente ricoperti di verglas e di uno strato di 5 cm di neve estiva. In pratica le peggiori condizioni possibili per scalare una via di roccia di III grado. Se in più si aggiunge l’esposizione ed il freddo, la cosa inizia a farsi interessante. Libero un passo dopo l’altro la scalata alternando lunghezze in conserva protetta a veri e propri tiri di corda, come quello delicatissimo della Placca Biner, il tratto chiave della scalata. Questo traverso in placca completamente ghiacciato e vetrato mi impegnerà a sufficienza tanto da dover togliermi un guanto con la bocca per poter ristabilirmi dopo un passo non proprio semplice. Raggiungiamo la vetta che è ormai giorno dopo aver superato due gendarmi con passi molto esposti. Il vuoto sotto le chiappe in certi casi può veramente condizionare. Panorama spettacolare. Ci sono tutti. tanti li ho già scalati, tanti sono ancora in attesa. Emozioni a non finire. La reflex scatta a raffica, ha il suo bel da fare! Che giornata ragazzi!!! La discesa riusciamo a farla in conserva, faremo calata in doppia solo sulle lunghezze della placca Biner. Almeno così sarà per Marco, io raggiunto il canale marcio tra il primo ed il secondo ghiacciaio decido di calarmi su uno spuntone di fortuna, mantre Marco disarrampica in opposizione. Preuss non sarebbe fiero di me, ma i posteri, quelli che sfrutteranno il mio cordino d’abbandono, mi ringrazieranno, ne sono certo.

Dati Tecnici

  • Difficoltà: AD III 55°
  • Dislivello: 2700m+
  • Lunghezza: 25km

Relazione e Racconto

Una delle fortune più grandi che noi alpinisti abbiamo è quella di poter ammirare prima di chiunque altro il sorgere inesorabile del Sole dalla linea dell’orizzonte. La notte fredda, cupa e tenebrosa cede lentamente il posto alla luce del crepuscolo, ai primi raggi del sole ed al colore azzurro che solo dalle alte cime è possibile apprezzare nella sua forma più pura ed immacolata. Mentre le valli rimangono ancora avvolte dalle tenebre, in alta montagna il Sole fa già la sua comparsa donando luce e calore ai fortunati capaci di poterne godere. Questo è il momento che in assoluto preferisco. I colori di cui si tinge il cielo in questo lasso di tempo lasciano spazio all’immaginazione ed ai sogni; gli osservatori si limitano a imprimere nella propria memoria i fotogrammi di questi istanti, i fotografi come me invece hanno ben altro di cui preoccuparsi: ISO, esposizione, composizione… la macchina fotografica scatta a suon di mitragliatrice. Se da un certo punto di vista non possiamo godere con calma e serenità questi momenti perché troppo impegnati a fotografare, d’altro canto abbiamo la fortuna, una volta tornati a casa, di ricordare meglio di chiunque altro le impressioni, i colori ed il panorama che ci circonda.

Se, fotograficamente parlando, l’ascensione sullo Schreckhorn in Oberland Bernese, il quattromila più difficile delle Alpi, non era stata favorevole causa meteo avverso ed avevo quindi potuto concentrarmi esclusivamente sulla scalata e sul raggiungimento della cima, qui sullo Zinalrothorn mi aspettavo che la sorte fosse stata quantomeno un po’ meno tiranna. Se il tramonto mi aveva lasciato un po’ con l’amaro in bocca, l’alba si è dimostrata ben sopra le aspettative. Il risultato? A voi lettori ed osservatori il giudizio.

Lo Zinalrothorn è un quattromila a torto poco conosciuto perché circondato, letteralmente, da montagne decisamente più grandi ed elevate: basti pensare che il vicino più prossimo è il Weisshorn, oltre 4500 metri, ed attorno svettano imponenti il Cervino, Dent Blanche e l’intero massiccio del Monte Rosa. Appartiene alla cosiddetta Corona Imperiale, quella cerchia di vette del Canton Vallese a cavallo delle famose stazioni turistiche di Saas Fee e Zermatt ed è caratterizzato da una forma aguzza e slanciata verso il cielo che dona a questa cima un che di repulsivo. Come ogni montagna che si rispetti è richiesto un approccio alpinistico per la scalata nonché di tanta passione, la stessa passione che spinge i nostri corpi fino in vetta, sopportando fatiche, sveglie ad orari improponibili e sofferenze. Queste pagine che seguono raccontano quanto meglio un alpinista possa aspettarsi da un’ascensione alpinistica e descrivono come in montagna in pochissime ore possono cambiare difficoltà e condizioni della stessa rendendo il tutto più complesso e delicato.

Avevo visto Zermatt, forse la località turistica alpina più famosa della Svizzera, dalla cima del Cervino nel lontano 2016, ma non avevo mai avuto occasione di visitarla personalmente. La storia dell’alpinismo ha visto Zermatt come il punto base della prima scalata riuscita del Cervino nel 1865 da parte dell’inglese Edward Whimper: qui soggiornò all’Hotel Monte Rosa nella piazza principale della località nel corso del suo tentativo disperato di soffiare a Carrel la prima ascensione alla vetta. Il Cervino, Cervin o Matterhorn, da qui appare in tutto il suo splendore e sebbene sembri più impegnativo e verticale rispetto alla visione che si ha a sud, precisamente da Breuil-Cervinia, risulta molto più semplice da scalare a causa della conformazione della montagna e del grado di arrampicata richiesto. Le apparenze ingannano, la storia ce lo insegna. Dopo anni di tentativi (molti in comune proprio con Carrel) di scalata da Breuil, tutti inesorabilmente falliti a causa delle difficoltà tecniche, Whimper come ultimo tentativo per riuscire per primo nella scalata dell’ultima montagna delle Alpi ancora da scalare decise di partire proprio da Zermatt seguendo quella che oggi è chiamata Cresta Hornli. La scalata riuscì al primo tentativo e il rivale, giunto nel frattempo a poche centinaia di metri dalla vetta lungo la più complessa Cresta Del Leone italiana, riuscì a scalarla solamente i giorni seguenti spinto dalla determinazione di eguagliare la scalata dell’inglese. La discesa, tuttavia, vide la morte di numerosi componenti della cordata capeggiata da Whimper e Zermatt divenne famosa in tutto il mondo per l’epica avventura, conclusasi in tragedia, della prima scalata del Cervino. Oggi di questa impresa alpinistica rimane una targa affissa proprio sull’Hotel Monte Rosa e innumerevoli libri di storia dell’alpinismo.

Attraverso la dogana di Porlezza entriamo in Svizzera, quindi passando per Lugano, il passo Monte Ceneri e Bellinzona raggiungiamo Airolo. L’autostrada prosegue verso il tunnel del San Gottardo, noi deviamo direzione Nufenenpass. L’avevo percorso sempre assieme a Marco, fedele compagno di avventure, durante il viaggio per la scalata alla Dent Blanche l’anno scorso e mi ero letteralmente innamorato di questo valico alpino, uno dei più alti della Svizzera, che mette in collegamento il canton Ticino ed il canton Vallese. Dal passo si ammirano svettare imponenti lo Schreckhorn, scalato proprio con Marco a metà luglio, ed il Finsteraarhorn, due delle montagne dell’Oberland Bernese più spettacolari ed imponenti. Uno spettacolo del genere è capace di lasciare senza fiato chiunque, le decine di turisti in cima al valico ne sono la testimonianza. Quindi scendiamo a Briga e infine entriamo nella Mattertal.

Il solo colpo d’occhio che si ha sul Cervino dalle vie di Zermatt vale il viaggio intero, che per inciso richiede oltre 5 ore di auto e obbliga a posteggiare nel lussuoso e costoso parcheggio di Tasch, circa 6 km a valle. Infine, proprio per non farsi mancare nulla, è necessario farsi venti minuti di treno a cremagliera circondati da turisti di ogni nazionalità. Niente automobili qui, le Ferrari e le Lamborghini rimangono a valle, ma si respira ugualmente un lusso sfrenato: vetrine di negozi di marchi rinomati lasciano spazio ad alberghi, abitazioni dallo stile inconfondibile e a ristoranti tipici dal design ricercato. Arriviamo qui vestiti da alta montagna, con i nostri zaini e con i nostri bastoni da escursionisti. Nei pressi della via centrale verso destra si dirama una viuzza stretta che si inerpica con dei canaponi come ringhiere fino a degli alberghi costruiti in costa. Piscine, centri benessere e solarium panoramici sono popolati da ricchi turisti, perlopiù stranieri. Con chili sulle spalle e lo stomaco appesantito dal panino col salame casalino mangiato poco prima, ammetto di aver provato un po’ di sana invidia. La salita è ripida, non lascia scampo. Poco sviluppo per grande dislivello. Il rifugio che avremmo dovuto raggiungere è situato a 3200 metri di quota. La stretta gola è percorsa da imponenti cascate e lascia spazio ad un pianoro sommitale solamente oltre i 2500 metri di quota. Il sentiero, comodo, ben tenuto e apparentemente molto frequentato consente di raggiungere due piccoli alberghi, meta di turisti ed escursionisti che hanno scelto una vacanza all’insegna delle scomodità. Noi quanto a scomodità siamo tuttavia i numeri uno in quanto abbiamo ancora da inerpicarci lungo una desolata morena per ancora oltre 700 metri di dislivello. Il paesaggio che ci circonda assomiglia sotto un certo punto di vista alle alture del Passo Gavia, con ruscelli, torrenti, praterie, resti di antichi ghiacciai, morene e ripidi versanti. Il Rothornhutte sorge a 3198 metri di quota e domina dall’alto l’intera vallata. Impiegherò, sempre per colpa del panino col salame, ben 30 minuti in più di Marco a salire fino al rifugio. In realtà un po’ di colpa ce l’hanno anche le fotografie che mi sentivo obbligato a scattare, visto il panorama spaziale. Ci accomodiamo, aspettiamo per cenare. La serata trascorre tranquilla, il cielo è sereno, con solo qualche nuvola innocua che transita alta nel cielo. Il panorama spazia dall’Alphubel fino al massiccio del Rosa, del Breithorn e al Cervino. Di fronte a noi spicca imponente l’Obergabelhorn ed alle spalle, invisibile, si trova la meta del giorno dopo, lo Zinalrothorn.

Il bello di queste montagne è proprio la logicità della scalata: primo traverso ascendente su ghiacciaio che inizia a pochi metri dal rifugio, quindi scalata lungo un diedro, attraversamento di nevaio, morena e ancora ghiacciaio fino alla cresta nevosa che conduce alla spalla della montagna. Da lì si attacca con un lungo traverso il canale centrale e quindi per cresta si raggiunge la vetta. Facile da dirsi, semplice da memorizzare e ci aspettavamo anche semplice da farsi. Se sullo Schreckhorn avevamo dovuto affrontare un grado alpinistico pari a D, con verglas sulla cresta di IV, sul canale di 55° di pendenza e numerose manovre di corda, beh qui trattandosi di un classico AD ci aspettavamo di volare. Ci penserà un temporale di soli 30 minuti sceso durante la notte a cambiare le carte in tavola, così tanto per ricordarci che di semplice, sicuro e scontato in montagna non c’è mai nulla.

La classica sveglia assassina suona puntuale poco prima delle ore 4:00. Soliti preparativi, solita colazione e solite manovre. Tutto come da copione. Dalla terrazza del rifugio iniziamo la salita per primi. In breve, guadagniamo terreno fino all’estremità del primo ghiacciaio. Ci aspetta un canale di circa 15 metri di III caratterizzato da roccia marcia. Lo saliamo con le pile frontali sfruttando l’opposizione. Quindi proseguiamo in salita su una morena ed infine sul secondo ghiacciaio che sovrasta il rifugio. Traversiamo fino ad un’altra morena e quindi risaliamo al terzo ghiacciaio sommitale che precede la cresta nevosa che scende direttamente dalla cima. È notte fonda. Senza lampada frontale non si riesce a vedere assolutamente niente se non le stelle che brillano alte in cielo. Arriviamo in fondo alla cresta che iniziano a vedersi le luci del crepuscolo. Approfittiamo per una breve pausa e per scattare qualche fotografia e saziarci con the caldo e qualche barretta. Lo spettacolo è da lasciare senza fiato: il padrone indiscusso del panorama è il Cervino che da qui appare in tutto il suo splendore, più a sinistra Breithorn, il massiccio del Monte Rosa e via via Strahlhorn, Alphubel e le vallate del canton Vallese al di sotto di esse. Dietro di noi, ancora tenebroso, lo Zinalrothorn. Le rocce scure mi trasmettono un senso di repulsione e terrore, brutta sensazione. Iniziamo a controllare per bene la via da seguire, sembra tutto abbastanza logico. Iniziamo a traversare seguendo le tracce di una guida e di un cliente che ci hanno anticipati.

Tratti di neve e ghiaccio si alternano a traversi rocciosi fino al canalone che scende dritto verso di noi. La guida sceglie di arrampicare su roccia, noi scegliamo di salire direttamente il canale stando al centro e sfruttando la neve ancora portante. Man mano che guadagniamo quota ed avanziamo verso la strettoia sommitale le nuvole che passano vicine alla montagna iniziano a colorarsi di un meraviglioso giallo arancione, mentre in lontananza i giganti vallesani sono colpiti dai primi raggi del sole. Meravigliosi contrasti, scenari da lasciare a bocca aperta. Iniziamo a scalare quindi la cresta rocciosa.

Tratti verticali si alternano a cenge di collegamento. Se sul versante orientale le condizioni erano tutto sommato buone, così non sarà sul versante occidentale. Dopo pochi metri ecco la famosa Placca Biner, è il tiro chiave della via e nostro malgrado le condizioni sono veramente al limite del possibile. L’intera parete ovest è ricoperta da uno strato di neve adagiata sopra il ghiaccio. Dannato verglas. Le cose si stanno facendo più complicate di quanto avessimo previsto. Il temporale della notte, nonostante sia durato solamente mezz’ora, seguito dal gelo dell’alta quota, ha trasformato letteralmente le condizioni della montagna. Se il giorno precedente la parete era completamente asciutta e pulita, a detta dei rifugisti, oggi invece la situazione si era fatta decisamente più complessa.

La placca consta di un traverso ascendente di circa 30 metri ed è gradata III superiore. Due chiodi proteggono l’ascensione. Ramponi ai piedi e guanti alle mani inizio la scalata. La sensazione di essere in bilico sulle punte frontali dei ramponi non è certamente gradevole. Dopo qualche metro rinvio un chiodo e proseguo a traversare. Marco da sotto mi fa sicura. Il freddo di quegli istanti attanaglia le guance. Mi faccio coraggio e raggiungo una stretta fessura, ma sbaglio il movimento e mi ritrovo totalmente sbilanciato. Intravedo una tacca ghiacciata da utilizzare per ristabilirmi con il rampone sinistro. La presa con la mano destra è precaria, i guanti non mi danno la giusta sensibilità. Con la bocca decido di morderlo e levarmelo. Ora è meglio. Riesco ad uscire da quella brutta situazione in cui mi ero cacciato e a raggiungere una cengia soprastante.

Da lì la cresta si abbatte. Recupero Marco e proseguiamo in conserva protetta verso l’alto. Ghiaccio e neve ovunque, dobbiamo spolverare lo strato nevoso superficiale per capire dove posizionare i piedi. Lentamente e con non poche imprecazioni raggiungiamo un altro piccolo terrazzino. Da lì vediamo la croce di vetta. Sembrava così vicina, eppure dovremmo scalare ancora due aguzzi gendarmi prima di poterla toccare. Il primo lo aggiriamo con un espostissimo passo di arrampicata, il secondo lo scaliamo direttamente. In pochi minuti quindi siamo in vetta, baciati dal sole che nelle alte quote è capace di regalare sensazioni di godimento impagabili e accarezzati dalle folate di vento che si alternano a momenti di calma piatta. Che spettacolo.

In questi istanti il potere della fotografia appare ancora più evidente. Con una reflex in mano è tutta un’altra storia: colori puri, nitidezza, inquadrature senza compromessi, totale versatilità. Siamo noi a decidere come fotografare, non la macchina. Siamo noi a decidere quale esposizione dare, non il software di qualche ingegnere asiatico. Primi piani alla croce di vetta, zoomate alle pareti nord del Cervino e dell’Obergabelhorn, alle nuvole che attanagliano la Dent Blanche ed ovviamente qualche foto ricordo tra compagni di scalata, per condividere appieno questo intenso momento e imprimerlo per sempre nei ricordi. L’unico vero limite qui è forse solamente il tempo. I minuti passano, scanditi dai battiti del cuore e dalle raffiche improvvise di vento. L’inesorabile scorrere dei secondi ha un solo ed unico avversario, la memoria, che sia quella che rimane impressa nel nostro cervello o nella memory card della macchina fotografica. Poco importa.

Dalle alte cime, dalle pareti rocciose e ghiacciate l’umanità appare in tutta la sua deprimente condizione. Questi tentativi sfuggenti di riconquistare la libertà durano spesso solo pochi giorni e quasi sempre falliscono miseramente nel lungo periodo. È sufficiente un fine settimana di maltempo a rinchiuderci di nuovo nella normalità, nella noia e nella routine. È sufficiente un piccolo infortunio per condannarci al riposo. Cerchiamo di evadere dagli obblighi che la nostra società si è auto imposta e per farlo scegliamo di scalare le montagne. Che assurdità. I miei colleghi di lavoro mi reputano un pazzo, un incosciente, un folle e uno, citando testualmente, “cui fa schifo la vita”. Ho imparato che non serve rispondere a queste provocazioni perché chi la montagna non la vive veramente non può capire che cosa spinga noi alpinisti a sacrificare tutto il resto della nostra vita per scalare una montagna, un semplice ammasso di roccia, neve e ghiaccio per molti, ma il senso di tutto per quelli come noi. Quando poi però mostriamo una fotografia scattata da queste altitudini e da queste pareti poco accessibili alla gente, chiamiamola “comune”, riusciamo a conquistare i loro occhi. Entrambi siamo davanti ad una pagina del Castellaccio oppure davanti allo schermo dello smartphone o del PC ad ammirarla, ma quelli che hanno avuto la voglia di mettersi in gioco, di rischiare se stessi, di dedicare giornate di allenamento e fatiche siamo noi. Questo è un regalo che vogliamo fare. Questo è il regalo che possiamo fare. Riusciamo a regalare spazi di libertà, attimi di sogno e perché no, magari convincere qualcuno a provare lui stesso a mettersi in gioco. Non siamo privilegiati, chiunque può esserlo. Tra compagni di cordata si crea un legame indissolubile, che va oltre lo spazio ed il tempo, oltre i litigi e le discussioni. Passeranno gli anni, magari non faremo più alpinismo, ma i rapporti con le persone con cui abbiamo condiviso questi attimi di vita rimarranno per sempre perché vanno al di là del comprensibile.

Tutto è iniziato quasi per gioco, come un passatempo. La mia vita era scandita dalle stagioni sciistiche su e giù dalle seggiovie e da centinaia e centinaia di chilometri in sella alla bicicletta durante la stagione estiva. Ero allenato, mi divertivo ed ero soddisfatto di me stesso. È stato sfogliare riviste di avventura, Natura e Montagna come questa per cui oggi sto scrivendo che tuttavia mi ha aperto gli occhi. Ammiravo fotografie di remoti ghiacciai, quattromila, pareti e meravigliosi ambienti di alta quota e tra me e me pensavo: “Perché io non ho ancora visto nulla di tutto ciò con i miei occhi?”. Da quell’istante, ispirato da conoscenti e sconosciuti, ho iniziato questa avventura chiamata Alpinismo che man mano che passavano gli anni ha cambiato irreversibilmente nome in Vita, Vita allo Stato Puro. Ho abbandonato il mio passato per continuare a sognare. Esatto, sognare, una sorta di condanna oserei direi. Di punizioni per fortuna ce ne sono di peggiori. L’appagamento è quindi il mio peggior nemico, ma simultaneamente anche lo scopo di tutto. Scegliamo di inseguire obiettivi, montagne, pareti e quando riusciamo a conquistare noi stessi scalandole abbiamo l’illusione di avercela fatta. Siamo convinti di essere riusciti a conquistare l’inutile, di aver realizzato il nostro sogno. Bastano tuttavia poche ore per tornare con gli occhi davanti alle cartine ed immaginare nuove avventure per vivere sempre al massimo del possibile quella che è la più grande avventura di tutte, quella che conta veramente, quella che con i suoi sconvolgimenti e colpi di scena sa stupirci ogni volta. Vita allo stato puro.

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