Itinerario
Non esistono parole per descrivere questo capolavoro del free climbing nella nostra amata Val di Mello, la piccola Yosemite delle Alpi. In molti hanno sprecato parole e fiumi d’inchiostro tentando di esprimerne la linea, la logicità e la bellezza. Io posso solo darne un giudizio personale: la via di arrampicata libera più pura, straordinaria ed entusiasmante della mia vita. Arrampico in trad da solo un anno, ma ho l’idea che lo resterà per molto, molto tempo… Un ambiente spettacolare, immenso, con esposizione massima. Fessure gigantesche risalgono la parete perfettamente verticale fino alla Tromba, lì dove i mitici Ivan Guerini, Mario Villa, Antonio Boscacci e Jacopo Merizzi nel lontano 1977 stabilivano uno dei passaggi più duri di arrampicata delle Alpi Centrali. Il resto? Una navigazione senza bussola nel mare di granito del Precipizio. Esperienza unica con il socio Rastelli di Poschiavo.
Dati Tecnici
- Lunghezza: 500m
- Difficoltà: VII R2 obbligatorio
- Tiri: 14 lunghezze
- Prima salita: I.Guerini, M.Villa 1977
Racconto e Relazione
Nascita di un’idea
Ricordo come se fosse ieri la prima volta che misi piede in Val di Mello. Era un giorno di aprile del 2017; mi cimentai in due piccole vie chiamate “Stomaco Peloso” e “Alba del Nirvana”, “ideali per l’approccio all’arrampicata in aderenza sprotetta e alle fessure” citavano le guide. Fino ad allora avevo solo arrampicato con il mio mentore, il “Tone”, sul Sasso Remenno e avevo lentamente iniziato ad approcciarmi al granito e all’aderenza: poche prese ed appoggi, solo placche, immense, lisce e all’apparenza inscalabili. Durante un bel giorno d’autunno sulla Serottini ebbi la fortuna di conoscere un ragazzo poschiavino di nome Ivan e lì posso dire di aver trovato il “socio ideale” con i miei stessi obiettivi ed il mio stesso fuoco che arde nel petto, desideroso come me di esplorare se stesso e il mondo che lo circonda. La valanga di vie, emozioni ed avventure che ne seguirono da quel giorno praticamente in ogni weekend furono una vera e propria rivoluzione nel mio modo di pensare alla montagna e all’arrampicata. Ci riuscirono già nella prima stagione molte delle vie più belle dell’intera Valle e addirittura alcune dell’intero arco alpino; senza dubbio quella fu una delle stagioni più entusiasmanti della mia breve vita da “climber”. Era nato in me un nuovo modo di pensare la roccia: l’approccio purista che qui nelle Alpi, sull’onda della rivoluzione degli “Stonemasters” in Yosemite, era arrivato e si era sviluppato grazie al gruppo “Sassisti” e al milanese Ivan Guerini stava prendendo il sopravvento su ogni mio vecchio paradigma e preconcetto. Lo spit, fino ad allora ritenuto strumento essenziale nell’arrampicata, divenne lentamente simbolo della sconfitta dell’arrampicata stessa. Affrontavo con temerarietà molte placche lisce, traversi improteggibili e favolose fessure solo sfruttando i friend, i dadi e qualche vecchio chiodo incastrato per assicurarmi. Ripetere una via come “Luna Nascente” affrontando la parete e le fessure quasi alla pari di come fecero gli apritori, senza spit o artifizi che avrebbero intaccato la purezza del granito mellico, rappresentava la possibilità per ciascuno di rivivere all’infinito la magia della purezza dell’arrampicata “trad”, oggi, sempre e per sempre. Per descrivere questa linea perfetta sono stati spesi in decenni fiumi di inchiostro, quindi non voglio sprecare ulteriori parole; oltretutto non ne sarei nemmeno in grado, certe emozioni, certe vie e certe avventure è meglio viverle che sentirle raccontare.
Inseguire un Sogno
Entrando in Val di Mello l’occhio di chiunque, climber o turista che sia, inevitabilmente viene catturato, quasi stregato, dalla bastionata granitica alta più di 900 metri chiamata dall’Ivan Guerini, probabilmente sotto effetto di qualche allucinogeno, “Il Precipizio degli Asteroidi”. A fine anni 70 quella parete rappresentava l’obiettivo più importante dell’intera arrampicata in Valle. Liberare quella struttura, immensa e verticale divenne l’obiettivo principale del gruppo “Sassisti” e degli Hippy che popolavano la Valle nello spirito anarchico e rivoluzionario che li contraddistingueva. Non a caso la Val di Mello si guadagnò in breve la nomea di “Piccola Yosemite” delle Alpi, tanto per la roccia e le pareti, splendide, quanto per lo spirito, chiamiamolo “originale” dei climbers che la popolavano. Chi avesse letto in quel labirinto di placche, fessure e diedri la linea più logica per scalare e quindi risolvere quel problema sarebbe entrato a pieno diritto nella storia dell’arrampicata.
Ci pensarono nel 1977 Ivan Guerini e Mario Villa come prima cordata e Jacopo Merizzi e Antonio Boscacci come seconda, a distanza di pochi metri, a liberare quella che fu definita la prima via di VII grado delle Alpi Centrali. Un capolavoro. Un vero e proprio gioiello dell’arrampicata trad su granito che ha ben pochi paragoni ed eguali ancora oggi in tutto l’arco alpino.
Inutile dire che quella via battezzata “Oceano Irrazionale” dagli apritori, sarebbe diventata a breve il sogno più profondo ed intenso mio e di Ivan. Dopo un inverno alle prese quasi esclusivamente con il ghiaccio, lavorammo per gran parte della primavera ad allenarci su altre vie in Valle e riuscimmo addirittura a ripetere in giornata gli oltre 850 metri di “Kundaluna”, il concatenamento delle vie “Il Risveglio di Kundalini” (VII R2 400m) e “Luna Nascente” (VII R3 450m) rispettivamente nelle “Dimore degli Dei” e nello “Scoglio delle Metamorfosi”. Una bellissima prova che su difficoltà piuttosto elevate e su ben 21 tiri, infiniti e mentalmente complessi, ci avrebbe fornito la carica e decisione per affrontare senza esitazione quella che sarebbe stata a titolo la navigazione più dura e laboriosa della nostra vita lungo l’”Oceano Irrazionale”.
Vivere IL Sogno
Ore 5:00. Arriviamo puntuali nella nostra piccola Mecca, la Yosemite delle Alpi. In ogni nostra precedente esperienza l’avvicinamento alle vie in Val di Mello si era dimostrato complicato quasi quanto le stesse vie quindi sapevamo bene che non era da sottovalutare: oltre un’ora e mezza, letteralmente a tutta, districandoci nel labirinto di prati, boschi, cascate, pareti e grotte. Posso tranquillamente affermare che l’avvicinamento al “Precipizio degli Asteroidi” è, che ci crediate o no, di difficoltà ed esposizione pari alla normale italiana del Cervino. Le poche “corde fisse” risalenti forse a inizio anni 2000, in teoria presenti per aiutare nei passaggi più difficili (alcuni passi in placca sono gradati V), erano letteralmente marce e inaffidabili. Un’avventura nell’avventura, ma nonostante tutto riuscimmo a raggiungere il camino dell’attacco. La via l’avevamo studiata a dovere e avevamo già deciso in che modo alternarci sui primi tiri duri della via, quelli chiave e complessi da gestire in termini di arrampicata e protezioni. Erano circa le 7:00. Io e Ivan ci guardammo negli occhi. Con una stretta di mano di quelle vere, come fanno i soci di avventura, Ivan diede il via alle danze.

Primo tiro. Un camino, ovviamente improteggibile, di circa una decina di metri ci fornì uno scomodo passaggio per le placche sovrastanti. Secondo tiro. Quindi con qualche aleatorio traverso verso sinistra, passando per una sosta intermedia, prendere il sistema di fessure che spara dritto verso il cielo e che caratterizza il tratto chiave della via. I primi due tiri, gradati V+ e VII- sulla carta, guidati da Ivan con molta sapienza, erano stati per me piuttosto divertenti, tranne solo qualche leggera imprecazione nel camino causa un involontario incastro con lo zaino.
Terzo tiro. Da una comoda cengia erbosa, perfettamente verticale dritto verso il cielo, partiva un sistema di fessure che andava via via a biforcarsi in sottostrutture di non facile lettura. I cinque tiri successivi, con difficoltà continue oscillanti tra VI+ e VII rappresentavano per noi la vera sfida di quel giorno. Sistemata sull’imbracatura tutta l’attrezzatura, compresi i nostri adorati Friend 4 e 5 che a prima vista avrei dovuto utilizzare, incominciai a salire. La partenza fu grandiosa. Una fessura inizialmente appoggiata, poi perfettamente verticale, mi consentì di guadagnare senza difficoltà i primi metri. La stessa diventava via via sempre più complessa fino a che non si divideva in due spaccature più piccole con schema ad “Y”, una verso sinistra e una verso destra. Salii in “dulfer” e ad incastro altri cinque metri sulla sinistra fino ad un tratto bagnato. Provai a salire ancora qualche metro, ma l’aderenza era davvero al minimo. Rinviai quindi con una fettuccia a strozzo uno spuntone e con un delicato traverso, mi spostai sulla fessura di destra, fortunatamente asciutta. Un po’ ad incastro mi portai sotto un diedrino strapiombante e con decisione lo superai; i restanti metri mi portarono alla sosta. Recuperai Ivan e ripartii da primo per un altro avvincente tiro.
Quarto tiro. Due fessure inizialmente parallele in diedro, perfettamente verticali e larghe almeno 15 cm, mi aspettavano. All’inizio avrei potuto sfruttarle entrambe con una bella spaccata, poi visto che nel proseguo diventavano sempre più divergenti avrei dovuto scegliere o quella di destra, bellissima ad incastro, o quella a sinistra, comodamente “dulferabile”. Decisi per quella di destra. In questo tiro lungo oltre 20 metri gradato sulla carta VI+ in ambo i casi sapevo che la cosa complicata sarebbe stata il piazzare le protezioni veloci: infatti le dimensioni eccessive della fessura consentivano solo l’utilizzo dei friend 4, 5 o superiori. In possesso ne avevo solo uno per tipo; me li dovevo fare bastare. Fu un’avventura che metà basta, due sole protezioni in oltre 20 metri di tiro. Ero gasato ed esausto. La sosta su qualche vecchio chiodo, che prontamente potenziai, fu liberatoria. Finalmente potevo riposare e godermi l’immensità della parete in cui stavamo inesorabilmente naufragando. Che ambiente spettacolare! Granito puro, immacolato e magnifico ovunque voltassi lo sguardo. La tranquillità e la comodità della sosta a cui ero appeso contrastavano con la verticalità e l’esposizione della parete così come il freddo che stavamo patendo contrastava con il caldo del fondovalle.

Quinto tiro. Ivan mi raggiunse. Ci rifocillammo qualche istante e poi ripartimmo. Come sempre accade affrontare tiri così duri da secondi di cordata è ben diverso che affrontarli da primo; il tiro successivo ne fu la dimostrazione. VI+, molto vario e fortunatamente ben proteggibile: diedro strapiombante in caverna, camino divergente, fessura ad incastro, traverso delicato e placca su licheni. Ivan ne uscì veramente gasato, lo si capiva dall’euforia e dalle grida nell’incitarmi a salire. La sosta era su un largo e comodo terrazzino al Sole con sosta su ben tre chiodi, sani ed affidabili.
Sesto tiro. Mangiato un boccone e bevuto un sorso d’acqua alzai lo sguardo verso il cielo. Restai letteralmente ammutolito da cosa mi stava aspettando, il tiro chiave della via. “La Tromba”. Qualche passo di VII grado nei primi 25 metri, poi un lungo traverso di oltre 25 metri di VI+ fino alla sosta dell’”Antro Umido”. Sviluppo veramente lungo e all’apparenza inespugnabile. Come diceva il Merizzi nel cortometraggio “Patabang” “potete immaginare il terrore che avevo”. Un turbine di pensieri nella testa: “Coraggio Fabietto. Forza. Vedrai che sarà facile, non sembra così malvagia suvvia. Guarda che roccia splendida, che tetto meraviglioso…”. Bisognava salire. Arrampicare. Basta. Subito misi un friend in una piccola fessura e pochi metri dopo una fettuccia sul famoso spuntone che tanti acclamano. Verticalità assoluta. Un passo a sinistra in spalmo su tacchetta per il piede sinistro, un piccolo fungo per due dita della mano sinistra, la destra invece afferrava uno svaso della fessura che saliva sulla destra. Spinta in diagonale sinistra… qui iniziarono i primi problemi. La parete iniziava a diventare strapiombante lateralmente quindi mantenere l’equilibrio senza finire a “sbandierare” era sempre più difficoltoso. Una salvifica spaccata nel fessurone a destra mi impedì di cadere. Era un continuo ricercare posizioni di equilibrio che inevitabilmente con il passo successivo venivano meno. La progressione fu esaltante. Un chiodo finalmente, quello piantato da Merizzi il giorno dell’apertura. Lo rinviai. Le cose si facevano sempre più difficili. Mi appesi un istante a riposare per studiare il passaggio e in breve vidi il movimento da fare; potevo farlo in arrampicata libera, sapevo di potercela fare. Senza i filmati della GoPro non sarei in grado di descrivere come superai quel passaggio, anzi per non cadere nella banalità vi invito a guardarvelo, lo trovate sul mio profilo di Facebook. Superare quel tratto tra gemiti e imprecazioni fu distruttivo. Spaccata, opposizione, ribaltamento, aderenza… Un paio di metri sopra finalmente il tetto della Tromba e un “chiodo mio” come esclamai. La metà era raggiunta. Da sotto Ivan mi incitava in continuazione; credeva in me, credeva nella nostra cordata. La parte veramente difficile di grado era superata, ma anche la successiva metà non scherzava: un lungo traverso dove ogni essere umano è capace di far diventare il proprio corpo simile a quello di un lombrico, con movimenti e strusciamenti alquanto “compromettenti”, diciamo. Con un Friend 5 a darmi un minimo di tranquillità, centimetro dopo centimetro, avanzai nella fessura della Tromba. Ero esausto. Mi fermai addirittura abbracciato alla roccia e poggiai la testa per riprendermi qualche istante. Giunsi a metà del fessurone.

Qui un magnifico cordone marcio, con almeno 20 anni di sane “tirate” stava aspettando la mia presa che non si fece mancare. Immediatamente misi una fettuccia nel chiodo che reggeva il cordone e la rinviai. Procedetti ancora qualche metro. Fortunatamente la stessa fessura andava via via a stringere quindi riuscii a utilizzare il Friend 4 per proteggermi, infine l’uscita dal terrorizzante tiro. Ero senza energie. Nella grotta dell’”Antro Umido” iniziai a costruire la sosta e pian piano a recuperare Ivan. Lentamente iniziai a rendermi conto di cosa fossi riuscito a fare. Non avrei mai pensato di essere in grado e invece eccomi lì, da solo, nel mezzo dell’”Oceano Irrazionale” in cui inevitabilmente mi ero disperso e quasi ritrovato. Ivan mi raggiunse e partì per l’ultimo tiro duro della via, il settimo tiro, VII, una quindicina di metri. Ivan salì, come una libellula, raggiunse la sosta sul “Pulpito dell’Eremita” e mi recuperò. Salivo, sfinito.
Mi siedo. La tranquillità che si respira in situazioni simili è irreale, sembra di potere toccare il Paradiso, anzi, lo stavo toccando con le mie mani sporche di magnesite e con le mie scarpette irrigidite dal freddo. Divento immobile. Ogni suono si amplifica all’infinito, ma diventiamo sordi e incapaci di reagire con lucidità e prontezza. Tutto prosegue in automatico, respirare, battere le ciglia, fare qualche fotografia, recuperare il materiale… Diventiamo ciechi e privi di sensi, poi ci risvegliamo. Sembra un sogno, ma invece è tutto vero: la realtà si mischia con la fantasia e i sogni lentamente prendono vita fino a librarsi in aria come farfalle tinteggiate di mille colori e forme geometriche verso il blu cobalto del cielo, per poi poggiarsi leggere su una nuvola bianca che ha il sapore e il colore della spuma marina. Cielo e terra diventano tutt’uno. La navigazione ritorna in acque tranquille. Ogni sensazione si amplifica. Un singolo raggio di Sole è in grado di regalare calore per sempre. Un singolo sorso d’acqua disseta per l’eternità. Ogni respiro rigenera l’intero corpo. Il cuore lentamente si tranquillizza e ci indica la direzione dove proseguire. La tempesta e il turbinio di emozioni che nella prima metà della via ci avevano accompagnato senza sosta e senza mai farci rifiatare si dileguarono nel nulla affollato però di ogni dove. Silenzio, puro ed immacolato silenzio. Calore che si sprigiona verso l’infinito.
Ultimi tiri. Un tiro dopo l’altro, verso l’alto, direzione Nirvana, lungo le “Onde di Pietra”, cenge, placche immense di puro e immacolato granito, pestato solo da pochi umani di questo mondo inutile, senza senso, ma così meraviglioso. Terreno di avventura per noi amanti dell’impossibile e che facciamo di tutto per renderlo invece in noi possibile e reale. Quando poi ci riusciamo ci rendiamo conto di aver conquistato l’inutile che invece è il senso di tutto, almeno per noi stessi, per il compagno di cordata e per chi come noi insegue sogni e obiettivi senza sosta e senza mai rifiatare. Dal nostro nido, sicuro e tranquillo, decidiamo di buttarci, senza ali, senza paracadute, senza protezioni e tentiamo di spiccare il volo verso il confine dell’infinito per poi renderci conto che per quanto lontani possiamo andare ciò che ci fa volare siamo solo noi stessi in pace con noi stessi. L’infinito non ha limite, noi non vediamo limiti. Arriviamo in cima al “Precipizio degli Asteroidi” dopo altri 7 lunghi tiri, è pomeriggio. Vorremmo proseguire ancora più in alto, vorremmo sdraiarci, addormentarci, sognare e vivere di nuovo quanto fatto quel giorno.
Gli anni passeranno, dimenticheremo il numero di tiri, le difficoltà, i passaggi della via, i nostri indumenti si romperanno, ne prenderemo di nuovi, ma ciò che oggi siamo lo siamo diventati anche grazie a quel lontano giorno di pochi mesi fa, oggi, e di anni fa, quando saremo ancora più lontani. Dove siamo ora lo siamo perché abbiamo volato nel vento, senza ali, con incoscienza e passione, per sentirci vivi e immortali. Immortali non lo siamo, non lo saremo mai, ma siamo vivi, vivi più che mai, come veramente pochi hanno la fortuna di essere. Siamo amici, una cordata, una fessura, una placca, siamo diventati tutt’uno con il nostro Paradiso e da lì non ce ne andremo mai; saremo per sempre lì, negli anni, anche se lì non ci saremo più o anche se smetteremo di arrampicare. Anche quando non saremo più allora ci metteremo le scarpette strette e scomode e arrampicheremo. La roccia non sarà fantastica come quella della Val di Mello, la via non sarà bella come “Oceano Irrazionale”, ma saremo senza dubbio felici come quel lontano giorno di inizio giugno del 2018 con quel pazzoide di Ivan come compagno di scalata e con quel Fabietto, così dubbioso e titubante, con sempre mille ansie e mille dubbi, ma che quando ci mette la carica non lo ferma più nessuno. Esatto, non lo fermerà più nessuno, nulla, solo un VII superiore, o anche meno.
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Leggi il racconto completo impaginato sull’articolo che ho scritto per Il Castellaccio del 2018.
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