Polimagò – Scoglio delle Metamorfosi – Val di Mello

Polimagò – Scoglio delle Metamorfosi – Val di Mello

Prefazione

Se qualche anno fa mi avessero detto che avrei scalato in Val di Mello la famosissima Polimagò probabilmente avrei riso in faccia a chiunque. Chi mastica di arrampicata ben sa che questa via racchiude in sè tutte le più grandi paure che un rocciatore può provare. Le difficoltà piuttosto elevate per le mie scarse abilità da falesista, ma soprattutto obbligate, l’improteggibilità di molti passaggi e la testa necessaria a superare una via di questo calibro sono i figli dell’etica pura e genuina che caratterizza la più bella Valle delle Alpi per noi amanti del granito. Non si può barare su Polimagò, questo lo sapevamo bene. Bisogna credere in sè stessi e non commettere nemmeno un singolo errore. Ci sono molti passi dove sbagliare e cadere implica farsi veramente male, se non di peggio. La Val di Mello è il più grande maestro di vita che si possa avere. L’aria di libertà che immettiamo nei nostri polmoni ogni volta che ci entriamo ci infonde gioia, senso di nullità e impotenza. Ci ha insegnato a passare veramente in punta di piedi, senza lasciare traccia e ci ha fatto capire che un terreno puro e primordiale è il più grande regalo che possiamo fare alle future generazioni. Non inseguiamo il grado, tantomeno la follia; semplicemente corriamo verso noi stessi, per conoscerci e arrivare lontano, chissà dove, chissà quando.

Il granito della Val di Mello lo reputo quasi un padre. Mi ha visto crescere, maturare e reso consapevole dei miei limiti. Mi ha dato tante bastonate, mi ha insegnato a rinunciare, mi ha insegnato che ogni cosa in questa vita va guadagnata. Mi ha dato grandi soddisfazioni e gioie. Non sono un climber professionista, mai lo sarò; non sono altro che un ragazzo appassionato di roccia, arrampicata e della montagna pura e primordiale. Dopo certe vie ci si ferma a riposare, si guarda indietro e si capisce tanto, tutto.

Polimagò Secondo tiro
Arrampicata sprotetta sul secondo tiro

Dati Tecnici

  • Lunghezza: 380m su 10 tiri
  • Grado: VI+ obbl. max VII
  • Proteggibilità: R4
  • Roccia: Granito di eccezionale qualità

Relazione

Se ripenso oggi alle prime vie, alle ore perse girovagando nei boschi alla ricerca dei settori, alla bellezza di ogni singola giornata trascorsa in Val di Mello non posso che sorridere e constatare che da allora, dalle prime timorose esperienze, sono cambiato profondamente. Devo ammettere che entrare in Valle e approcciare timidamente le vie più facili e gradualmente farsi coraggio verso le più famose sia un modo eccezionale di vivere l’arrampicata in quella che è definita la Piccola Yosemite delle Alpi. Non è invidia verso coloro che senza esserci mai entrati prima ripetono le vie difficili e rinomate, bensì è mia opinione che agire con calma e rispetto consenta di conoscere a fondo l’ambiente, l’etica e la personalità di un determinato luogo.

Nei confronti di Polimagò sia io sia Ivan, mio inseparabile compagno di avventure melliche, abbiamo sempre avuto un che di referenziale. Ci vuole una preparazione mentale di un certo tipo per potere affrontare quel tipo di vie. Eppure sulla carta le grandi classiche della Val di Mello hanno circa lo stesso grado che difficilmente supera il VII. Questa via è famosa per un traverso di circa 40m gradato solamente V, ma totalmente sprotetto; stando a quanto si dice in rete in realtà è la parte meno complicata della via. “Chissà il resto!” ci domandavamo. Non si può barare su Polimagò, questo invece lo sapevamo bene. Non c’è possibilità di superare certi passaggi aggrappandosi ad un friend o ad un rinvio, non esiste soluzione se non nella pura arrampicata. Cadere nei passaggi chiave vuol dire farsi veramente male, se non di peggio. La via l’avevamo studiata bene, avevamo già deciso come affrontare i tiri e poiché Polimagò ne alterna uno difficile e uno facile avevamo concordato di suddividerceli da primi in modo da bilanciare le difficoltà complessive che da capocordata avessimo affrontato. Il bello dell’essere una cordata che funziona è soprattutto questo, sapere sfruttare i punti di forza di ciascun componente e riuscire a completare l’arrampicata nel miglior modo possibile. Dalla nostra avevamo un certo numero di vie alle spalle, tra cui l’ultima riuscita Lucertole al Sole, famosa placca di 100 metri con pochissime possibilità di protezione (solo 3), Oceano Irrazionale, da molti reputata addirittura più difficile della stessa Polimagò e tante altre vie incluso il concatenamento Kundaluna (Il Risveglio di Kundalini e Luna Nascente, 850 metri, VII). Conoscevamo bene l’avvicinamento così come il primo e gli ultimi tre tiri in comune con la favolosa e più frequentata Luna Nascente.  Le relazioni presenti online ci erano servite per capire che avremmo avuto bisogno di tutta la nostra ferraglia trad e soprattutto di tanto spirito e determinazione. Quel giorno con il respiro che preannunciava una giornata di quelle ingaggiose nello splendido contesto dello Scoglio delle Metamorfosi, sapevamo che dovevamo dare il massimo e che saremmo dovuti scendere a patti con noi stessi.

Ormai il primo tiro nemmeno lo consideriamo più. 15 metri superabile senza problemi con un bel A0 che evita la classica “ghisata” che ti uccide prima del bello della via. Da qui Luna Nascente devia verso destra, Polimagò invece risale a sinistra la famosa Porta del Cielo.

Il camino del secondo tiro

Il secondo tiro tocca al sottoscritto. Partenza in off-width con larga spaccata, passo delicato in camino dove sbagliare implicherebbe spappolarsi nello stesso, poi sempre caminetto un po’ più semplice e poi placca-diedro, ovviamente sprotetto, fino in sosta. 50 metri complessi da gestire in termini di protezioni e specie nei primi 10 metri sbagliare l’impostazione avrebbe implicato parecchie complicazioni. Cadere? Qui in particolar modo proibito. Tutto sommato posso dire di essermela cavata egregiamente. L’euforia era alle stelle, sapevamo di potercela fare.

 Il terzo tiro è veramente un capolavoro e risale in larga dùlfer o ad incastro il camino della lama sommitale della Porta del Cielo con entusiasmante camminata sulla stessa fino in sosta. A parte qualche imprecazione iniziale, afferrare la lama sommitale è una delle cose più soddisfacenti mai fatte in vita mia. Ivan da primo sale leggero, senza zaino e veloce, io da secondo, con lo zaino, un po’ meno. La camminata finale sulla Porta del Cielo? Superba.

La Porta del Cielo

Se il VI+ del secondo tiro era toccato da primo al sottoscritto, come giusto che sia l’altro VI+ del quarto tiro sarebbe toccato ad Ivan. L’impostazione è tuttavia ben diversa. Se nel secondo tiro l’arrampicata è tecnica in off-width, qui il passo chiave è in aderenza con successivo ribaltamento su gradino, movimento piuttosto complesso e oltretutto appena sopra la sosta con la lama della Porta del Cielo pronta a tritare le gambe in caso di volo. Questi pochi metri ci hanno impegnato non poco, soprattutto mentalmente. Chi arrampica in aderenza conosce bene la sensazione che si ha prima di effettuare passi complessi come questo. A posteriori posso dire che questo movimento rappresenti quello di più complicata lettura della via, ma una volta capito è sufficiente fidarsi dei piedi e salire con decisione. Una placca a funghetti e un piccolo ribaltamento quindi chiudono il bellissimo tiro. Ivan arrivato provato in sosta era veramente euforico e gasato. Glielo si leggeva dalle urla che mi incitavano a salire.

Il quinto tiro successivo, in fessura rovescia è decisamente più facile (V+) e divertente con roccia da buona ad ottima ed arrampicata piacevole e rilassante. Questo e il successivo sarebbero toccati a me. Partenza in discesa dalla pianticella di sosta, traverso in fessura rovescia verso destra poi uscita dallo spigolo e diedro sommitale fino alla sosta comoda. Detto fatto.

Molte guide reputano il sesto tiro un vero e proprio capolavoro, quindi sapevo che ci sarebbe stato da divertirsi. Come al solito la partenza avviene con passo difficile, VI+, sprotetto e in aderenza; sono solo 5 metri, ma su placca ripida e anche qui da affrontarsi con un certo autocontrollo. Cadere varrebbe dire pendolare almeno 10 metri sotto la sosta visto che il traverso a sinistra avviene in leggera salita. Nonostante sia del medesimo grado del passo del quarto tiro questo lo trovo un po’ più semplice anche se più lontano dalla protezione, poi appena raggiunta la larga fessura e piazzato un bel friend del 5 inizia la lunga e faticosa arrampicata in fessura. Granito rosso, meraviglioso. Fessura prima larga e svasa, poi piccola e da mono dita. Quasi 50 metri di pura e meravigliosa arrampicata con altre due chicche pronte ad attendermi. La prima un altro passo chiave di VI+ in traverso lungo la fessura, la seconda, se non consideriamo il fatto avevo finito i friend piazzabili, un passo di aderenza delicato e mal protetto. Allestisco sosta su due vecchi chiodi e recupero Ivan.

La faticosa arrampicata del sesto tiro in fessura

Da quando ho iniziato ad arrampicare in Val di Mello la lunghezza che ci aspettava l’ho sempre reputata un po’ come la discussione della tesi di laurea, con una differenza, se la tesi la esponi male al massimo ti ritrovi qualche punto in meno sul voto di laurea, qui invece se sbagli qualcosa con certezza non potrai più andare a raccontarlo a nessuno. Alla nostra destra 40 metri di traverso, una placca ripida, senza alcuna possibilità di protezione e solcata da una affascinante vena di quarzo bianco a sbalzo. Si tratta del famoso traverso di Polimagò, la soluzione più elegante e logica ad un problema arrampicatorio mai scovata. Ci vollero il coraggio e la follia dei baldi Masa e Merizzi esattamente 40 anni fa per ideare un tiro del genere. I primi cinque metri sono ancora lungo la fessura che si sale fino ad un vecchio chiodo e un nut incastrato. Da qui la fessura muore, la parete si impenna, impossibile proseguire in verticale; obbligatorio traversare a destra, prima in discesa, poi in orizzontale, fino alla fessura che sale Luna Nascente. Ivan con la corda che lo accompagna dall’alto inizia a disarrampicare in aderenza; nessun appiglio per le mani, solo qualche leggera rientranza utile solo per tenersi in equilibrio. Con la corda in diagonale dall’alto Ivan prosegue veloce. Dopo un paio di metri tentenna, si ferma; un sospiro e ricomincia a scendere, stavolta esitando decisamente di più che nei primi metri; si vede benissimo che i passi sono difficili. Non ci faccio più di tanto caso, sono totalmente concentrato sul cercare di tenere la corda al meglio per non lasciargli troppo lasco e nemmeno tenerla troppo tesa, bloccando quindi i suoi movimenti. Poi riprende a scendere seguendo fedelmente la vena bianca fino a che inizia a traversare orizzontalmente. Qui Ivan prosegue abbastanza spedito fino a fermarsi alla fine della stessa. Risale ad una seconda vena di quarzo un metro sopra la prima, ormai impossibile da seguire, poi si ferma. Lo dividono dalla fessura di Luna Nascente a destra sembrerebbe solo due metri. Passano i minuti. Non sono in grado di descrivere quegli istanti, i ricordi sono confusi. L’unica cosa che ricordo è l’urlo una volta afferrata la fessura di destra. Ivan sale un metro sulla fessura e sosta. A dividerci una immensa e ripida placca. Inizio a recuperare i cordini di sosta, a legarmi i lacci delle mie vecchie Jeckyl e a farmi coraggio. Sento solo un “Vieni!”. Salgo facilmente fino al termine della fessura. Mi fermo. Guardo verso destra. Tolgo il rinvio. Vedo la corda scivolarmi sulla coscia destra. Capisco subito in che razza di situazione mi stessi trovando. Cerco di non farci caso e subito faccio il primo passo. La corda mi tira dal basso. I primi metri in discesa a 40 metri dalla salvezza sono veramente delicati. Cerco di ponderare ogni minimo movimento; ogni passo lo studio con attenzione. Proseguo la discesa. Sono concentrato, quasi in stato di trance. Mi fermo. Provo il passo verso il basso. Non me la sento. Risalgo con il piede sullo svaso della vena bianca. Faccio un respiro profondo. Ci riprovo. Stavolta carico bene il piede sinistro e con i palmi delle mani spalmati sulla placca piego il ginocchio e porto il piede destro circa 30 cm sotto il sinistro. Accoppio i piedi. Sembra fatta. Altro passo delicato in discesa. Stessa cosa. Aderenza pura. Ancora 30 metri di corda. Poi finalmente l’ultimo passo in discesa. Inizio a traversare. Qui la difficoltà calano, i metri da percorrere diminuiscono scanditi dai passi e dai respiri affannosi. Raggiungo la fine della prima vena, salgo deciso con un semplice passo sulla seconda vena che corre parallela e continuo a traversare. Afferro la fessura di Luna Nascente. Mi fermo. Guardo verso sinistra l’immensa placca appena percorsa. Non mi sembra vero; è fatta.

Io in sosta pronto ad affrontare il Traverso di Polimagò

L’arrampicata in traverso mi piace definirla “democratica”, ma questo “Traverso”, uno dei runout più famosi delle Alpi e di certo il più rinomato della Val di Mello, ha un qualcosa di speciale. Le difficoltà nel mezzo sono omogenee sia per il primo sia per il secondo e la corda lasca è la stessa per entrambi, cambia solo la direzione. L’ultima manciata di metri per il primo è il punto chiave, con corda lasca di circa 35 metri, mentre il secondo questo tratto lo affronta con poca corda e con la certezza che un eventuale volo porti solo a una pendolata di una manciata di metri, con poche conseguenze, a differenza di un eventuale volo del primo. Per il secondo invece la “patata bollente” sono i primi dieci metri dopo aver tolto il rinvio. Qui, dove il primo affronta il tratto in discesa con la corda dall’alto e relativamente in sicurezza dal rischio pendolo letale, invece il secondo si trova la corda tirare dal basso con passi in discesa tutt’altro che banali e di non facile lettura. I metri di lasco sono al pari della situazione precedentemente descritta, circa 35. Volare avrebbe come conseguenza un pendolo presumibilmente mortale. Un “traverso democratico”, così mio piace definirlo.

Come trasportato sulla Luna, quasi in assenza di gravità, salgo velocemente i 50 metri in fessura del tiro successivo, a mio parere il tiro più spettacolare di Luna Nascente, recupero Ivan che riparte per il traverso del penultimo tiro e quindi io nuovamente per la placca dell’ultima lunghezza. Arriviamo sulla cengia che chiude lo Scoglio delle Metamorfosi. Siamo cambiati. Non siamo più le stesse persone. Ci guardiamo e fatichiamo a riconoscerci. La nostra amata Val di Mello è stata capace ancora una volta di regalarci una di quelle giornate che difficilmente si dimenticano; vanno memorizzate e conservate con gelosia nel cassetto della nostra memoria. Le fotografie e i filmati della GoPro sono lì solo a supporto.

Sulla meravigliosa fessura di Luna Nascente

Lo spirito di libertà e di sfrontatezza della Piccola Yosemite delle Alpi è un qualcosa che difficilmente la gente che non ci ha mai arrampicato è in grado di cogliere. Trovarsi su certe vie, alla ricerca della felicità, lottando per conquistare l’inutile, navigando per placche immense di splendido granito, solcando fessure, camini e diedri e girovagando alla ricerca dei settori, perdendosi e poi ritrovandosi, insegna ad apprezzare la purezza di quel luogo. Gli apritori ci hanno voluto lasciare la Valle e queste pareti come loro le hanno trovate, evitando di deturparne le purezza e la bellezza. Questo secondo me è il più grande insegnamento che sono riusciti a trasmetterci. Quando i nostri figli arriveranno per la prima volta in Valle e troveranno tutto cristallizzato, identico a quanto abbiamo trovato noi oggi e a quanto trovarono Guerini e i Sassisti quaranta anni fa allora capiranno di essere stati fortunati. Ci ringrazieranno così come noi abbiamo ringraziato i primi temerari rocciatori. Trovare un posto simile nelle Alpi e con la stessa etica è difficile, quasi impossibile. Spetta a noi il compito di preservarla, di non toccarla, di non nasconderci dietro parole come “accessibilità” o “progresso” per lucrarci e approfittarne per il vantaggio dei soliti “pochi”.

A me in Val di Mello piace andarci in “punta di piedi”. Quando torno a casa voglio che di me non vi rimanga traccia. Voglio che nessuno possa dire che io sia passato di lì. Quando arrampico voglio lasciare agli altri ripetitori che verranno la stessa identica via che io ho trovato. Solo così possiamo mantenere la nostra Valle al suo antico e attuale splendore. Il turismo cambia, sempre più persone vengono per una domenica di relax, di divertimento o di arrampicata e sempre più questo mondo fatato è minacciato da folli progetti che sono ispirati da finti ideali di uguaglianza e democrazia. La Valle a me come a tanti altri ha dato tanto, ogni volta è capace di insegnarmi qualcosa e di regalarmi vita allo stato puro; ora tocca a me, tocca a tutti noi, l’obbligo di preservarla. Quando entriamo in Val di Mello entriamoci in silenzio, viviamola con umiltà e passiamo, sempre e soltanto, in “punta di piedi”.

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Polimagò Val di Mello

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